Londra, un pomeriggio senza tempo alla fine degli anni ’60.
In una stanza illuminata dal sole nebbioso, dove l’odore di tabacco si mescola a quello della carta vecchia e delle corde di chitarra, due figure si siedono l’una di fronte all’altra. Uno è un uomo di mezza età, magro, con gli occhiali tondi e un completo di tweed, che fuma nervosamente una sigaretta dopo l’altra. L’altro è poco più che ventenne, con una cascata di riccioli scuri, un sorriso enigmatico e una chitarra acustica graffiata sulle ginocchia.
James Joyce, il maestro del flusso di coscienza, e Syd Barrett, il “Crazy Diamond” dei Pink Floyd, non si sono mai incontrati nella realtà. Joyce morì nel 1941; Syd emerse sulla scena psichedelica britannica nel 1967. Ma se, per un miracolo della teoria della relatività o della pura immaginazione poetica, le loro strade si fossero incrociate, di cosa avrebbero parlato?
Il Primo Gancio: I Capelli Dorati
Il silenzio viene rotto non dalle parole, ma dalla musica. Syd pizzica distrattamente le corde della chitarra, intonando una melodia malinconica e dolce.
Syd: (canta piano) “Lean out of the window, Goldenhair, I hear you singing a merry air…”
Joyce, che fino a quel momento sembrava perso nei suoi pensieri, alza la testa di scatto. La sua espressione passa dallo stupore a una sorta di riconoscimento nostalgico.
Joyce: Quella canzone… i versi sono familiari. Suonano come…
Syd: (sorride) Un suo vecchio amico, immagino. L’ho trovata in un libro di poesie. Chamber Music. V l’ho messa in musica. È semplice, no? Un desiderio che fluttua nell’aria.
Joyce: Semplice? (una mezza risata gli sfugge) Niente è mai semplice, giovane uomo. Nemmeno una canzone su una ragazza alla finestra. È un archetipo: la fanciulla irraggiungibile, il richiamo della musa, o forse solo la mia giovinezza che svanisce… Ma la sua melodia ha catturato qualcosa che io ho solo osato descrivere. Una sorta di… eco udibile del desiderio.
La Battaglia col Linguaggio
Joyce si accende un’altra sigaretta. Sembra incuriosito dal giovane musicista che ha smontato la sua poesia lirica e l’ha ricostruita con tre accordi.
Joyce: Mi dica, Barrett. Come fa con le parole nelle sue canzoni? Io ho passato la vita a cercare di distruggerle e ricomporle, per farle dire tutto e niente contemporaneamente. In Ulysses, ho cercato di intrappolare il caos di una giornata intera. In Finnegans Wake, ho provato a intrappolare il caos di tutti i sogni dell’umanità.
Syd: Le parole… sono come i giocattoli nella scatola. Alcuni sono lucidi e nuovi, altri sono vecchi e rotti, ma hanno storie migliori. A volte le metto insieme perché suonano bene, come “terrapin” o “octopussy”. Non devono sempre significare qualcosa di specifico. A volte il significato è solo… l’atmosfera. Come un gatto sul tetto al chiaro di luna.
Joyce: L’atmosfera! (Joyce batte il dito sul tavolo) È esattamente questo. Il significante che balla senza il significato. Ma non ha paura di perdersi in quel gioco? Di diventare incomprensibile? Io l’ho fatto apposta, naturalmente. Volevo che il lettore lavorasse, che si rompesse la testa sul testo per un secolo.
Syd: Perdersi è parte del divertimento. (Lo sguardo di Syd si fa vago per un momento) A volte, quando suoni, la porta si apre e tu entri. E non sai più se sei Syd, o il gatto, o lo spaventapasseri. Ma le parole sono ancore. Ti aiutano a non volare via del tutto. Anche se le ancore si sciolgono a volte.
Ciclismo e Riciclo
Joyce osserva la chitarra di Syd, piena di adesivi e graffi.
Joyce: La musica… c’è sempre stata una musica segreta nel mio linguaggio. Un ritmo ciclico. Tutto torna. Il fiume Liffey scorre nel Wake, “riverrun”, e finisce all’inizio della stessa frase.
Syd: (suona un accordo cromatico discendente) Come andare in bicicletta. Gira e gira. Ma c’è un momento in cui smetti di pedalare e continui ad andare. È lì che succede la magia. La canzone finisce, ma il suono rimane. È il riciclo della sensazione. Come in “Bike”, la mia canzone. Ho una bicicletta, puoi usarla se vuoi. Ha un cestino, un campanello, e cose che la rendono bella. Ti piacciono?
Joyce: (annuisce lentamente) Mi piacciono. La bicicletta del Wake è la storia umana stessa. Lo spaventapasseri che cade e si rialza. HCE. Earwicker. Tutti noi. La sua canzone ha la stessa logica di un sogno, Barrett. Salta da una cosa all’altra senza spiegazioni. Questo è il linguaggio della notte.
La Fine della Sessione
Il pomeriggio sta svanendo. Syd posa la chitarra sul tavolo, accanto al mucchio di carte di Joyce.
Syd: È stato bello parlare con lei, signor Joyce. Anche se non sono sicuro di aver capito tutto. È un po’ come ascoltare il vento tra gli alberi.
Joyce: (sorride, un sorriso autentico questa volta) E io con lei, Barrett. La sua musica è come un fiume che si trasforma in mare, “liffey into the bay”. Lei ha trovato una scorciatoia per raggiungere quei luoghi in cui io ho dovuto costruire ponti complicati di sintassi e neologismi. Continui a suonare. E non abbia paura dei capelli dorati.
Joyce si alza, si accomoda il completo e si avvia verso la porta. Syd rimane seduto, lo guarda andare via, poi riprende la chitarra. Pizzica una corda. Il suono vibra nella stanza, sospeso tra il passato e il futuro, tra il flusso della prosa e l’eco della canzone.
Syd: (canta quasi sussurrando) …for I heard you singing a merry air…
Nota sull’Autore:
L’autore un appassionato di letteratura modernista e rock psichedelico. Crede fermamente che le migliori conversazioni siano quelle che avvengono nel regno dell’immaginazione.




