L’Italia ha bisogno di immigrati regolari: la questione economica che la politica non può più eludere
L’Italia sta entrando in una fase demografica nella quale il problema non è più semplicemente che “nascono pochi bambini”. Il problema è che le generazioni numerose che oggi stanno uscendo dal mercato del lavoro non vengono sostituite da altrettanti giovani.
È una trasformazione destinata a incidere direttamente sulla crescita economica, sulle pensioni, sulla sanità, sui servizi alla persona e sulla capacità delle imprese di trovare lavoratori.
I numeri più recenti dell’Istat sono difficili da ignorare. Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini, mentre i decessi sono stati 652 mila. Il saldo naturale è quindi negativo per circa 296 mila persone. Nello stesso anno la fecondità è scesa a 1,14 figli per donna, uno dei livelli più bassi mai registrati nel Paese.
Contemporaneamente, al 1° gennaio 2026 gli over 65 rappresentavano circa il 25,1% della popolazione, mentre la popolazione tra 15 e 64 anni era pari al 63,2%. Gli anziani aumentano e la popolazione in età lavorativa diminuisce.
Non si tratta di una temporanea difficoltà congiunturale. Le nuove proiezioni dell’Istat indicano che la popolazione italiana continuerà a diminuire per tutto l’orizzonte 2025-2080 e che il saldo migratorio positivo non sarà sufficiente a compensare completamente il deficit tra nascite e decessi. L’Istat sottolinea inoltre che la diminuzione della popolazione in età lavorativa ridurrà la disponibilità di forza lavoro, creando problemi per l’economia e per il welfare.
Il problema non è soltanto quanti italiani nascono: è quanti lavoratori avremo
Questa distinzione è fondamentale.
Una politica demografica seria deve certamente cercare di aumentare la natalità. Ma anche nel caso in cui le politiche familiari riuscissero ad aumentare significativamente il numero dei figli, il risultato sul mercato del lavoro arriverebbe dopo circa vent’anni.
Un bambino nato oggi non può sostituire domani un lavoratore che va in pensione.
Per questo l’immigrazione regolare rappresenta uno degli strumenti disponibili nel periodo che separa l’Italia dalla possibile inversione delle dinamiche demografiche.
La Banca d’Italia arriva a una conclusione analoga nella sua analisi sui flussi migratori europei: senza migrazione, la popolazione in età lavorativa diminuirebbe significativamente nelle principali economie dell’area euro. Per l’Italia, inoltre, i flussi di ingresso sono inferiori a quelli osservati in altri grandi Paesi europei e gli immigrati presentano mediamente livelli di istruzione relativamente bassi.
Questo ultimo elemento è importante: l’Italia non ha semplicemente bisogno di “più immigrati”. Ha bisogno di un’immigrazione maggiormente coerente con i fabbisogni del proprio mercato del lavoro.
Le imprese stanno già segnalando la carenza di lavoratori
Il fenomeno non appartiene soltanto alle statistiche demografiche.
Secondo Unioncamere, nel quinquennio 2024-2028 imprese e pubbliche amministrazioni potrebbero avere bisogno complessivamente di 3,4-3,9 milioni di lavoratori. Tra il 78% e l’88% di questo fabbisogno, a seconda dello scenario economico, deriverebbe dalla necessità di sostituire persone che escono dal mercato del lavoro.
Già nel febbraio 2026 le imprese prevedevano 424 mila ingressi lavorativi e il 46,6% dei profili richiesti risultava difficile da reperire. La difficoltà saliva al 64,1% per gli operai specializzati e al 51,1% per i tecnici.
Questi numeri ridimensionano una delle obiezioni più frequenti al ricorso alla manodopera straniera: “prima bisogna dare lavoro agli italiani”.
Certamente bisogna aumentare l’occupazione italiana, soprattutto quella femminile e giovanile, migliorare salari e produttività e ridurre l’emigrazione dei giovani qualificati. Ma non è matematicamente possibile pensare che questi interventi possano, da soli e rapidamente, compensare la diminuzione delle generazioni in età lavorativa.
Le due strategie non sono alternative: devono procedere contemporaneamente.
E c’è un altro problema: anche gli italiani emigrano
Il fenomeno migratorio italiano viene spesso osservato soltanto dal lato degli ingressi.
È un errore.
Nel 2025 gli espatri dei cittadini italiani sono stati circa 109 mila. Il saldo migratorio degli italiani è rimasto negativo per circa 53 mila persone. L’Istat segnala inoltre che tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso circa 150 mila giovani laureati di 25-34 anni, principalmente verso il Centro-Nord e, in misura minore, verso l’estero.
Questo crea un problema economico doppio.
Da una parte l’Italia perde lavoratori formati.
Dall’altra deve compensare questa perdita attraverso l’ingresso di nuovi lavoratori dall’estero.
La questione quindi non può essere formulata semplicemente come “immigrazione contro italiani”. Il mercato del lavoro italiano è già inserito in un sistema europeo nel quale persone qualificate entrano ed escono dal Paese.
La sfida consiste nel fare in modo che l’Italia diventi abbastanza attrattiva da trattenere una quota maggiore dei propri giovani e, contemporaneamente, abbastanza attrattiva da attirare lavoratori stranieri di cui le imprese hanno bisogno.
Gli immigrati sono già una componente importante dell’economia italiana
L’immigrazione non rappresenta più un fenomeno marginale.
Secondo l’INPS, nel 2024 risultavano nelle sue banche dati 4,61 milioni di cittadini stranieri, dei quali circa 3,98 milioni erano lavoratori attivi. Circa 3,5 milioni erano lavoratori dipendenti del settore privato.
Gli stranieri sono particolarmente presenti in settori nei quali l’economia italiana incontra difficoltà di reperimento della manodopera: agricoltura, turismo, ristorazione, edilizia, logistica, assistenza alla persona e lavoro domestico.
L’OCSE osserva inoltre che i sistemi sanitari dei Paesi OCSE fanno ampio affidamento su medici e infermieri immigrati e che in Italia gli immigrati hanno raggiunto livelli occupazionali storicamente elevati, pur rimanendo concentrati in misura sproporzionata nei settori e nelle imprese a più bassa remunerazione.
Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni della politica italiana.
Il problema delle politiche del governo: l’Italia programma gli ingressi, ma troppo spesso con una logica emergenziale
Il governo italiano ha fatto un passo significativo introducendo il Decreto flussi 2026-2028, che prevede 497.550 ingressi di lavoratori non comunitari nel triennio: 164.850 nel 2026, 165.850 nel 2027 e 166.850 nel 2028.
È un riconoscimento implicito di una realtà economica: il sistema produttivo ha bisogno di lavoratori stranieri.
Ma proprio questo provvedimento evidenzia anche il limite dell’approccio.
Il sistema continua a essere costruito in larga misura attorno a quote, procedure amministrative e “click day”, mentre la necessità delle imprese è strutturale e pluriennale.
Un’economia che sa già di perdere centinaia di migliaia di persone in età lavorativa non dovrebbe programmare l’immigrazione soltanto come una risposta annuale alle emergenze delle imprese.
Dovrebbe costruire una politica pluriennale basata sulle previsioni demografiche, sui fabbisogni professionali e sui tempi necessari per formare e integrare i lavoratori.
Il Ministero del Lavoro stesso ha indicato come obiettivo il superamento graduale del meccanismo del click day per i profili professionali più richiesti e il potenziamento della formazione nei Paesi di origine.
È un’impostazione che va nella direzione di una maggiore programmazione, ma resta da verificare quanto rapidamente il sistema amministrativo riuscirà a trasformarla in ingressi effettivamente disponibili per le imprese.
Il vero spreco economico: importare lavoratori e poi non utilizzare le loro competenze
C’è poi una seconda contraddizione.
L’Italia non ha soltanto bisogno di manodopera poco qualificata.
Ha bisogno anche di tecnici, professionisti, personale sanitario, ingegneri, specialisti digitali e lavoratori qualificati.
L’Istat documenta però un forte sottoutilizzo delle competenze degli stranieri. Tra i laureati stranieri, il tasso di occupazione è significativamente inferiore a quello degli italiani dalla nascita; il fenomeno è particolarmente marcato tra le donne. Tra le cause vengono indicate il mancato riconoscimento dei titoli conseguiti all’estero e il peso delle reti informali nell’accesso al lavoro.
Questo significa che l’Italia può spendere risorse per attirare un ingegnere, un infermiere o un tecnico e poi utilizzarlo in un lavoro molto al di sotto della sua qualificazione.
Dal punto di vista economico è uno spreco di capitale umano.
La politica migratoria dovrebbe quindi essere collegata alla politica della formazione, al riconoscimento dei titoli di studio e alla mobilità professionale.
Immigrazione non significa automaticamente crescita
È importante evitare anche l’errore opposto.
Non è corretto sostenere che qualsiasi livello di immigrazione produca automaticamente crescita economica o che ogni immigrato rappresenti necessariamente un vantaggio netto per le finanze pubbliche.
L’impatto dipende da età, occupazione, salari, livello di istruzione, durata della permanenza, partecipazione al mercato del lavoro, composizione familiare e utilizzo dei servizi pubblici.
Anche per questo la distinzione tra immigrazione regolare orientata al lavoro e immigrazione irregolare è economicamente rilevante.
Un lavoratore regolare entra nel mercato del lavoro, paga imposte e contributi, versa contributi previdenziali e può contribuire alla produzione. Il lavoro irregolare, invece, alimenta evasione contributiva e fiscale e può favorire sfruttamento e concorrenza sleale.
La stessa Banca d’Italia sottolinea che le recenti riforme hanno ampliato le possibilità di ingresso regolare dei lavoratori stranieri, ma che l’integrazione rimane limitata, soprattutto per quanto riguarda apprendimento della lingua e formazione professionale.
Il punto più delicato: pensioni e welfare
L’invecchiamento rende la questione ancora più evidente.
L’OCSE segnala che l’Italia affronta contemporaneamente elevati costi pensionistici e crescenti pressioni sulla spesa legate all’invecchiamento. Le pensioni e le altre spese associate all’invecchiamento sono tra le più elevate dell’area OCSE e continueranno a esercitare pressione sui conti pubblici nei prossimi anni.
Un maggior numero di lavoratori giovani e regolari significa quindi una base contributiva più ampia.
Ma sarebbe sbagliato presentare l’immigrazione come una soluzione miracolosa al sistema pensionistico.
Gli immigrati invecchiano a loro volta. Per mantenere sostenibile il rapporto tra lavoratori e pensionati occorre continuare ad aumentare la produttività, favorire l’occupazione femminile e giovanile, ridurre l’emigrazione dei giovani qualificati, mantenere un’età pensionabile coerente con l’aumento della speranza di vita e migliorare la partecipazione al mercato del lavoro.
L’immigrazione è una componente della soluzione, non la soluzione completa.
Il paradosso italiano
La situazione può essere riassunta in una semplice sequenza.
L’Italia ha una natalità estremamente bassa.
La popolazione anziana cresce.
La popolazione in età lavorativa diminuisce.
Le imprese dichiarano difficoltà crescenti nel reperire personale.
Decine di migliaia di italiani continuano ogni anno a trasferirsi all’estero.
E nello stesso tempo il Paese discute l’immigrazione prevalentemente come problema di ordine pubblico.
È una lettura parziale.
L’immigrazione è certamente anche una questione di sicurezza, frontiere, asilo, integrazione e coesione sociale. Ma è contemporaneamente una questione di politica industriale e demografica.
Un Paese che avrà sempre meno lavoratori deve necessariamente interrogarsi su dove trovarli.
Che cosa dovrebbe cambiare
Una politica economica coerente con la situazione demografica dovrebbe muoversi contemporaneamente su cinque fronti.
Primo: politiche familiari strutturali, perché aumentare la natalità rimane essenziale.
Secondo: trattenere i giovani italiani, soprattutto quelli qualificati, attraverso salari, produttività, abitazioni accessibili e opportunità professionali.
Terzo: aumentare l’occupazione delle donne e delle persone oggi inattive.
Quarto: creare canali di immigrazione regolare pluriennali, programmati sulla base dei fabbisogni effettivi delle imprese e dei servizi pubblici.
Quinto: investire seriamente nell’integrazione economica degli immigrati, attraverso lingua, formazione, riconoscimento dei titoli di studio e accesso al lavoro qualificato.
La critica principale alla politica attuale non è quindi che il governo abbia deciso di aumentare gli ingressi regolari. Al contrario, il Decreto flussi dimostra che anche l’attuale maggioranza riconosce l’esistenza di una domanda di lavoro che l’offerta interna non riesce sempre a soddisfare.
La questione è se questo aumento sia sufficiente, se le procedure siano abbastanza rapide e se la programmazione sia coerente con le proiezioni demografiche.
Soprattutto, occorre chiedersi perché l’immigrazione economica venga spesso trattata come una concessione temporanea alle imprese anziché come uno degli strumenti strutturali di politica economica necessari ad affrontare un cambiamento demografico ormai irreversibile nel breve periodo.
La conclusione economica
I numeri non dimostrano che l’immigrazione possa fermare l’invecchiamento dell’Italia. Non può farlo.
Dimostrano però qualcosa di diverso e più concreto: senza un contributo significativo della migrazione, la riduzione della popolazione in età lavorativa sarà più pronunciata.
L’Istat prevede infatti che il saldo migratorio rimarrà positivo ma non sufficiente a compensare il deficit naturale della popolazione. La Banca d’Italia rileva che senza migrazione la popolazione in età lavorativa diminuirebbe significativamente. Unioncamere prevede milioni di fabbisogni occupazionali nel giro di pochi anni, mentre l’INPS documenta già milioni di lavoratori stranieri inseriti nel sistema contributivo italiano.
Per l’Italia, quindi, la domanda non dovrebbe più essere semplicemente “immigrazione sì o no?”.
La domanda economica è: quale quantità di immigrazione regolare serve, con quali competenze, attraverso quali canali e con quale sistema di integrazione, per accompagnare una popolazione che inevitabilmente invecchia?
Su questo terreno la politica può discutere legittimamente di numeri, sicurezza, salari, welfare e integrazione.
Ma non può ignorare la matematica demografica.
E la matematica, nel caso italiano, dice che nei prossimi decenni il Paese avrà meno giovani italiani disponibili a sostituire i lavoratori che usciranno dal mercato del lavoro.
Per questo una politica migratoria economicamente razionale non dovrebbe essere concepita come alternativa alle politiche per la natalità.
Dovrebbe essere concepita come una delle politiche necessarie per gestire il periodo nel quale quelle politiche produrranno, eventualmente, i loro effetti.
Fonti principali: Istat, Indicatori demografici 2025 e Previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro; Banca d’Italia, Migration flows and policies in Italy and in other European countries; OECD, International Migration Outlook 2025 e OECD Economic Surveys: Italy 2026; Unioncamere-Ministero del Lavoro, sistema Excelsior; INPS, Osservatorio sugli stranieri 2024; Ministero dell’Interno e Ministero del Lavoro, Decreto flussi 2026-2028.
Un elemento particolarmente significativo, spesso trascurato nel dibattito, è che nel 2025 il saldo migratorio positivo dell’Italia è stato sostenuto quasi interamente dagli stranieri, mentre il saldo degli italiani è rimasto negativo.




